17/11/2013 - 29/12/2013

CAOS E BELLEZZA | CIAURRO | BRANCA | BRANDES

Secondo la mitologia greca, il caos era un’entità primigenia, un enorme e indistinto nulla, una voragine. Un vuoto dal quale si sarebbero generate le prime divinità che avrebbero poi dato origine al tutto. Solo con Platone il caos comincerà ad acquisire il significato di miscuglio disordinato, diventando nell’immaginario il “ricettacolo della materia originaria informe” da cui – grazie a un principio ordinatore – si genera il mondo (il cosmo) come un tutto ordinato. Se ci riflettiamo, ci rendiamo conto che la dicotomia tra ordine e caos è parte inscindibile dell’uomo e del suo leggere la realtà, ora come allora. La maggior parte delle mitologie, del resto, la annovera come spiegazione originaria.


La bellezza del caos, invece, è campo specifico dell’arte. È lei la disciplina deputata a sbaragliare le certezze e a farci cogliere il fascino di ciò che dovrebbe sgomentarci. Un lavoro sistematico e ricchissimo di ricerca della bellezza nel caos è quello che sta alla base di tutta l’opera pittorica di Arcangelo Ciaurro.
I suoi alberi sono un inno alla magnificenza del creato, alla sua perfezione, ma anche a quella imprevedibile e indomabile bellezza che è poi il fascino più autentico della natura. Dipinti con gesti che si intuiscono febbrili e appassionati, crescono sulla tela quasi per germinazione. Perché se il punto di partenza è un’immagine reale, il procedimento va allontanandosene sempre di più, verso una confusione brulicante che sembra contenere in sé tutta la potenza dell’universo.


Un po’ come se Ciaurro si ponesse in un ruolo opposto rispetto a quello del demiurgo: il suo scopo non è, infatti, quello di ordinare il caos in un tutto razionale e leggibile, quanto piuttosto quello di lasciar liberamente scaturire dall’ordine visibile della natura – dell’albero, in questo caso – quanto di selvaggio, primitivo, folle, inclassificabile e imprevedibile sta alla sua origine. In quel vorticare di colori, di macchie vibranti, di luci ipnotiche e mobilissime si racconta il senso della vita, lo scorrere incessante della linfa, il susseguirsi delle stagioni, il respiro lento delle foglie, ma anche la furia del temporale che si abbatte sulle chiome scuotendole, il fulmine, il sole che inaridisce e la pioggia che rigenera. Sono così importanti, per l’artista, le linee di forza che vanno generandosi nel dipinto, da aver deciso di usare solo ed esclusivamente tele di forma quadrata, perché nessun elemento formale vada a distrarre lo sguardo e a disequilibrare la visione. E se dal punto di vista estetico il percorso di Ciaurro si potrebbe definire come un procedere incessante dalla figura verso l’astratto, dal punto di vista della lettura simbolica il senso sembra essere l’esaltazione di una natura primigenia, perfetta in sé, completamente autonoma rispetto all’uomo. Una caotica armonia che l’uomo, con la sua presenza, può soltanto turbare. Tutto il contrario, insomma, della natura domata nelle sculture di Mario Branca.


Lo sguardo dell’uomo e il suo spasmodico bisogno di ordine si avvertono come una presenza costante di fronte a questa metallica vegetazione scandita in geometrie, declinata in composizioni simmetriche che, lungi dall’impoverirla, ne esaltano la bellezza.
I girasoli guardando lo spettatore come una fila di soldati sull’attenti, le grandi carote svettano ingabbiate in quello che potrebbe sembrare un gioco di specchi. Anche la zucca, a prima vista più libera nel movimento sinuoso dei tralci, rivela a un secondo sguardo una perfezione quasi coreografica, come se alla base del dispiegarsi di quella linea curva ci fosse un complesso calcolo matematico. Mario Brancapossiede la passione del naturalista, il suo studio è disseminato di trattati di botanica e di volumi dedicati alle piante; e del resto l’amore per la natura ha dettato le sue scelte di vita, visto che, milanese d’origine, ora vive in mezzo al verde. “Amo la natura e il suo apparente disordine”, dichiara infatti, “ma la scultura nasce come una preghiera nel silenzio, una costruzione equilibrata e calibratissima”. Un equilibrio tra ordine e caos, dunque.


Ma anche tra reale e artificiale, con la materia metallica che a tratti sembra scomparire in una perfetta mimesi vegetale e a tratti si rivela in tutto il suo essere, spavalda, luccicante, rigida e quasi minacciosa nei suoi bordi affilati. E che dire del senso di magia, della serie di suggestioni diverse che riescono a scaturire da un’unica scultura? Come la zucca, vera e al tempo stesso perfetta, ma anche un po’ fatata, in bilico tra la favola di Cenerentola e le leggende terrificanti di Halloween. Ed è magia anche quando Branca, abbandonando le dimensioni reali, decide di ingigantire l’oggetto fuor di misura, o di rimpicciolirlo molto al di sotto delle dimensioni reali. O quando la scultura si fa pannello verticale, e allora il fogliame scaturisce dalla parete come una piccola benigna invasione, irrompe con la sua morbida danza verde, quasi a dire che, sì, un ordine superiore c’è, ma alla fine la selvaggia indisciplina della natura vince sempre. E mentre Ciaurro inneggia a una natura primigenia e intatta, mentre Branca si limita a suggerire la presenza umana attraverso le sue composte geometrie, Matthias Brandes nei suoi lavori l’uomo lo lascia decisamente entrare. Perché qui la sua presenza è palese, apertamente dichiarata dall’elemento antropico dell’architettura.


Il caos, in questi paesaggi dalla consistenza pietrosa, dove tutto, dalle nuvole alle piante, sembra sostanziarsi di una materia minerale e compatta, è un caos di ritorno, figlio di una straordinaria capacità di affabulazione, intriso di realismo magico e di poesia. Passa in secondo piano, qui, la natura. Le piante, le foglie, la fresca vibrazione del bosco sono negati, convertiti in simulacri di albero dove il tronco appare come un cilindro perfetto e la chioma è una sfera impenetrabile, oppure in cipressi rigidi, appuntiti come bisturi. Eppure questo mondo dipinto come se lo si volesse scolpire, dove la tempera all’uovo grassa, usata senza acqua e mescolata all’olio, regala straordinari effetti tattili, è quanto di più lontano si possa immaginare da un ambiente freddo e inospitale. Sebbene percorsi da vie anguste, quei borghi senza tempo in cui gli edifici sono così stretti l’uno all’altro da sembrare pecore spaurite durante un temporale invitano alla scoperta, a percorrerne i segreti con l’immaginazione e con la fantasia.


Così come quelle case dalle finestre cieche, quegli ingressi angusti, attraggono invece che respingere, sono una sfida al coraggio e alla voglia di scoprire, invitanti come lo specchio di Alice e probabilmente altrettanto deliziosamente pericolosi. E così anche gli alberi, in cui verrebbe voglia di affondare la mano per farsi strada nel muro compatto delle foglie e saggiarne la consistenza, lasciandosi anche ferire un po’ le dita, se necessario, per scoprire se gli uccellini e gli scoiattoli che li abitano sono anch’essi così perfettamente costruiti in geometrie turgide, come se fossero fuggiti da un affresco del Quattrocento.
E quel caos oramai pacificato in un momento successivo, in una quiete dopo la tempesta, con le case messe a testa in giù da un terremoto di cui non è rimasta traccia (che le ha spostate, sì, le ha ammassate, ma le ha lasciate intatte) si potrebbe definire un caos calmo, per certi versi quasi rassicurante, come una redenzione o la guarigione da una malattia che ci ha spossati. E la sensazione è come se qualcuno, per una burla, avesse spalancato una finestra alle spalle di una natura morta di Morandi, durante un temporale, e le sue bottiglie, le sue brocche, le sue teiere fossero state travolte da una folata di vento, rovesciate sulla tovaglia candida e lasciate lì. Ma non per questo avessero perso la loro iconica regalità, la loro perfetta, assoluta serenità.

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