21/04/2013 - 08/06/2013

BALOSSI | KAMINSKI | MAGNANI | INCORPORE(O)

Una tripla personale che si può leggere come un lungo viaggio intorno all’uomo. Tre artisti diversissimi per linguaggio e temperamento – per certi versi apparentemente antitetici – si ritrovano alla fine ad essere le tre voci narranti di uno stesso affascinante racconto. Perché l’uomo è figura tridimensionale, certo, è corpo. Ma non solo. È anche il contenuto volatile e sfuggente della sua mente, fatto di associazioni personalissime e tuttavia codificate in un linguaggio di simboli e rimandi che da Freud in poi è diventato in qualche modo universale e universalmente accettato.

E poi l’uomo è anche ciò che tocca, che con il suo tocco modifica, ciò che lo identifica e lo definisce. E ciò a cui, con il suo corpo, dà forma, come accade con l’abito. Ecco allora i corpi scolpiti da Davide Balossi, solidi, quasi assertivi nel loro imporcisi così, frontali, a grandezza reale, nel loro guardarci negli occhi. Occhi che però a un tratto sfuggono, portandoci in un dedalo di segreti. Sceglie il legno per le sue figure, Balossi, perché è un materiale che ama e conosce, certo. E che padroneggia con una maestria sbalorditiva. Ma lo sceglie anche perché come pochi altri il legno è materia viva e palpitante, respirante, profumata. Parlano allo sguardo e all’olfatto le sue ragazze dalle curve morbide. E al tatto, anche. Difficile resistere alla tentazione di accarezzare queste forme sinuose, di seguire con la punta delle dita il disegno delle venature del legno, oppure di sfiorare la materia scabra degli abiti, spesso ottenuti con un lavoro di incollatura di trucioli che necessita di una pazienza e di una precisione quasi maniacali.

Sono corpo, dunque, le ragazze di Balossi. Ma anche anima. Un’anima tormentata e sofferente che stilla in grandi gocce. Coaguli di emozioni così dirompenti che il corpo non riesce più a trattenerle. E quella bellezza perfetta, bellezza che Balossi venera da vero estimatore (per convincersene basta guardare le incantevoli clavicole della figura femminile È meglio non vedere) appare come ferita, improvvisamente interrotta in una specie di sussulto formale che lascia lo spettatore spiazzato e disarmato. E ancora più spiazzanti e commoventi sono le figure di Lacrime profonde I e Lacrime profonde II.
Qui il senso di realtà suggerito dall’altezza reale è immediatamente contraddetto dalla scelta di assottigliare il corpo, di annullarne le forme in una colonna di materia fino ad arrivare a escludere le braccia. Lo sguardo ieratico e i grossi piedi piantati direttamente a terra fanno dei soggetti due idoli pagani dalla forza primitiva, stalagmiti di spirito, formazioni solide di pura anima. E di anima, spirito, psiche parlano i dipinti di Paul Kaminski.
Non solo per la loro profonda radice istintiva e gestuale, per la stesura in pennellate danzanti che tanto spesso rivelano sottili tentazioni lirico-astratte, ma proprio per i soggetti onirici e per la vicinanza ai grandi temi del Surrealismo. Da una partitura elegante, pensata come una scenografia e declinata in colori decisi – spesso puri – emerge una figura centrale a occhi chiusi e intorno, in un vortice frenetico e tuttavia ben leggibile, si apre un gioco prospettico dinamico, scivolante, su cui appaiono oggetti di sapore simbolico come sfere, carte da gioco, uccelli variopinti, specchi o giganteschi pezzi degli scacchi. La sensazione è quella di essere stati ammessi in una stanza segreta, invitati a partecipare a un sogno e sfidati a svelarne i significati reconditi. Diverso è quando l’artista sceglie le visioni d’insieme, scene di persone al ristorante o riunite in ambienti di svago.

Lì il pennello si fa più frenetico, vibrante, impressionista. Protagonista è il gruppo, visto come portatore di un unico spirito corale. Più frivolo, apparentemente, più mutevole, a tratti malinconico, ma sempre costruito in contrappunti dai ritmi allegri e gioiosi. Come gioiosi, golosi, zuccherosi e psichedelici sono i colori scelti da Alberto Magnani per darci la sua personalissima e godibilissima interpretazione dell’uomo. Colori timbrici e cristallini: viola, cremisi, gialli, azzurri, verdi. Solidi e smaltati, mai sporcati nemmeno dall’idea di una terra. Anni di esperienza negli Stati Uniti e una proficua vicinanza alla Pop Art gli hanno dato l’occasione di regalare a quel movimento qualcosa che non possedeva: un’anima. Nei suoi oggetti vuoti prima e poi nella spettacolare serie degli indumenti (camicie, cravatte e giacche, soprattutto) l’uomo è perennemente presente, come un’impronta, una memoria o come un’evocazione. L’icona nascosta in quella camicia piegata e morbidamente posata su un piano, l’anima pensante in quella teoria di camicie appese (così vive che si immaginano spintonarsi o chiacchierare fittamente nell’armadio).

E anche quando sembra lasciarsi andare alla tentazione astratta, quando per trovare il suo soggetto prende gli indumenti e casualmente – con sprezzatura, verrebbe da dire – li butta su un piano per cogliere le pieghe segrete che nascono dalla casualità, l’uomo è sempre lì, ineludibile, in agguato, nascosto tra le trame fresche di quei tessuti raffinati.

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