14/11/2026 - 30/01/2027

Domenico Grenci - Ciò che resta


Ciò che resta nasce da un’assenza. La figura femminile, protagonista di gran parte della pittura di Domenico Grenci (Italia, 1981), scompare dalla tela. Ne rimangono soltanto le tracce: una piega, un’ombra, un tessuto, un motivo  floreale. Il corpo non è più rappresentato, ma sembra persistere nella materia che lo ha avvolto.
Il nuovo corpo di opere, realizzate da Domenico Grenci e presentate per la prima volta nella galleria, nasce dall’incontro con Venezia e con la sua lunga tradizione tessile. Grenci compie uno scavo filologico che spazia dai motivi settecenteschi alle geometrie Liberty di Mariano Fortuny, fino a dettagli tessili che provengono dalla vasta iconografia pittorica della città che va da Giovanni Bellini a Tiziano. Il tessuto diventa così immagine, ma anche archivio: le sue decorazioni conservano la memoria di corpi, ambienti e gesti che non sono più presenti. Nei dipinti di Grenci, i motivi damascati vengono ingranditi, frammentati e sovrapposti fino a perdere la loro funzione originaria. Il tessuto smette di essere una semplice superficie decorativa e diventa uno spazio pittorico autonomo, nel quale il riconoscibile convive con l’astrazione. 






È proprio questa possibilità di evocare una presenza attraverso la sua assenza a mettere in relazione la ricerca di Grenci con il tagasode, tradizionale tema della pittura giapponese il cui nome significa letteralmente “di chi sono queste maniche?”. Nei dipinti tagasode, kimono sontuosi vengono rappresentati senza le persone che li indossano: gli abiti diventano così veri e propri ritratti senza volto, lasciando allo spettatore il compito di immaginare il corpo e la storia a cui appartengono.
La scomparsa dei lineamenti femminili non rappresenta soltanto un cambiamento iconografico, ma mette in discussione la relazione tra corpo, identità, tessuto e rappresentazione. Là dove prima il volto costituiva il luogo della presenza, ora è il tessuto a farsi depositario di una memoria. La figura femminile non viene cancellata, ma restituita allo sguardo attraverso ciò che resta. In Sulla via dei fiori 6, il grande dittico che costituisce il fulcro della mostra, questa trasformazione assume una dimensione quasi scenografica. Una composizione floreale attraversa le due superfici pittoriche, emergendo da un intreccio di motivi ornamentali, trasparenze e tracce di tessuti storici. Il vaso e i fiori, elementi ricorrenti nella ricerca dell’artista, sembrano così affiorare da una superficie che è al tempo stesso parete, tessuto e memoria. Nei lavori su carta, come Sulla via dei fiori 8, questa dimensione assume invece una forma più concreta. Il supporto conserva l’apparenza di una porzione di carta da parati antica, quasi fosse stata strappata dalle pareti di un palazzo veneziano in rovina. Su questa superficie, un motivo damascato di origine storica accoglie la presenza delicata dei fiori, trasformando la carta in un frammento architettonico, una superficie sopravvissuta alla scomparsa del luogo che l’ha generata.
Anche il gesto pittorico cambia. Rispetto alla pratica precedente, fondata sull’uso del carboncino e del bitume, Grenci ricorre qui a una pittura più densa, costruita attraverso olio e acrilico. La materia si stratifica e il dettaglio perde progressivamente la propria funzione descrittiva: una piega del tessuto può diventare un paesaggio, un’ombra una figura, un motivo ornamentale una superficie quasi astratta. 
In questa nuova serie, Venezia non è soltanto il luogo in cui le opere vengono presentate, ma un repertorio visivo ed emotivo attraverso cui Grenci mette in discussione il proprio stesso linguaggio. Il tessuto, come il dipinto, si rivela un dispositivo che conserva e insieme nasconde. E la domanda rimane aperta: di chi sono queste maniche? Di chi è il corpo che non vediamo? Quale storia appartiene a queste superfici? E quanto di una persona può sopravvivere nei motivi, nelle pieghe e nelle immagini che ha lasciato dietro di sé?



GALLERIA ALESSANDRO CASCIARO