20/06/2025 - 14/09/2025
CTRL Z
CTRL Z
Estetica dell’irreversibile e politica del segno
Ogni gesto inciso è una forma di permanenza. Ogni tentativo di cancellazione è un confronto con l’impossibilità del ritorno. In un’epoca dominata dall’ossessione per la reversibilità e il controllo, CTRL Z si impone come atto di resistenza poetica.
Il titolo, mutuato dalla sintassi operativa dell’informatica, innesca un cortocircuito semantico: evoca l’illusione di una temporalità manipolabile, la possibilità di sottrarre l’azione alle sue conseguenze, di rendere indenne la materia dal trauma (τραῦμα) del segno. Ma cosa accade quando tale comando viene evocato in relazione a gesti e a pratiche collettive, a forme espressive intessute nel rito e nella memoria culturale?
Quando il segno non è più codice ma incisione, impronta, quando la cancellazione riguarda ciò che è stato tracciato nella sostanza viva del pane – alimento, corpo, simbolo – il dispositivo implode. L’atto di annullamento si converte in testimonianza. L’irreversibile prende parola.
Muovendo da tali premesse, la mostra di Michele Giangrande assume la tradizione come materia plastica, dinamica, suscettibile di attivazione critica. Questa prospettiva nasce da un’intensa indagine sul campo – raccolta di testimonianze orali, interviste, mappatura di forni e botteghe artigiane storiche – che ha permesso all’artista di ricostruire percorsi, simboli e materiali ancora vivi nel tessuto comunitario. Gli stampi lignei indagati dall’artista, originariamente destinati a distinguere il pane familiare nei forni comuni tradizionali, si manifestano oggi come oggetti simbolici e operativi.
Su questo repertorio, Giangrande innesta un alfabeto interamente intagliato ex-novo: ventisei grafemi e segni scolpiti che traducono concetti in forma visiva, espandendo le iniziali tradizionali entro una semantica inedita e contemporanea. Il manufatto passa così da strumento d’uso a matrice espressivo-scultorea, capace di tradurre la memoria storica in linguaggio critico sul presente.
In dialogo con questi stampi, l’artista imprime parole su alcuni pani reali, restituiti in mostra attraverso immagini fotografiche che ne documentano l’esistenza effimera. In occasione dell’inaugurazione, un pane inciso sarà al centro di un momento partecipativo, in cui il pubblico sarà invitato a nutrirsi dell’opera stessa. L’azione mette in circolo un’energia relazionale, ribadendo la funzione simbolica e politica del nutrimento, come atto condiviso e fondativo.
Accanto a questi stampi, la mostra presenta una serie di pani-scultura in ceramica, che ricalcano fedelmente le forme dei pani tipici materani, proposti come opere autonome o in dialogo con oggetti domestici dal sapore rupestre. L’artista traspone così la transitorietà in permanenza: fissando l’impronta delle parole e dei gesti in una forma che, pur conservando l’apparenza del pane, ne sovverte la destinazione d’uso. Su queste superfici, le stesse frasi raccolte da testi letterari, poetici e cinematografici, grazie a una collaborazione collettiva, si incidono nel tempo della materia, saldando gesto artigianale e durata geologica.
Il contrasto tra fragilità originaria e fissazione ceramica intensifica la dialettica tra consumo e sopravvivenza, nutrimento e memoria. Pane e argilla, entrambi plasmabili e soggetti a cottura, condividono la necessità di un passaggio che li conduca a uno statuto di forma, dove la materia, attraversata dal gesto e dal fuoco, si fa opera.
In questo alfabeto inciso, il pane – reale o traslato – diventa pagina sensibile, supporto che custodisce il linguaggio sia nella sua potenza pre-discorsiva sia nella sua forma già articolata in parole. Le citazioni, emerse da una raccolta collettiva, convertono l’oggetto quotidiano in un palinsesto condiviso, facendo della cultura un nutrimento simbolico. Ne deriva un doppio statuto di infrastruttura bio-semiotica: corpo energetico e archivio vivente, luogo in cui la scrittura si fa carne e la carne, a sua volta, ritorna testo.
Sul piano cromatico, l’intervento pittorico sulle ceramiche diventa deposito temporale, incrinatura della materia, soglia che dischiude l’opera alla sua dimensione auratica e sensoriale, più che mimetica o ornamentale. L’incisione si fa anche cifra di una ferita ritualizzata che attraversa il corpo collettivo, preservandone la discontinuità simbolica. In ogni segno si imprime una memoria tattile, un pensiero che resiste all’oblio: gesto di diserzione dall’uniformità, sabotaggio silenzioso della superficie levigata su cui si proietta la narrazione dominante.
Un intervento site-specific inscrive la logica di CTRL Z nello spazio urbano. La scritta luminosa proiettata sui Sassi di Matera assume la forma di un archetipo riattualizzato, una figura testuale che sfrutta la conformazione rupestre per trasformare il paesaggio in superficie di iscrizione condivisa. L’installazione di arte pubblica agisce come monito, sospende la linearità temporale e innesta nel tessuto della roccia un frammento di linguaggio capace di mettere in crisi le dicotomie permanenza/consumo e gesto/sparizione. Ne scaturisce una riflessione sulle condizioni di visibilità, sulle politiche della memoria e sulle economie simboliche che regolano lo spazio pubblico contemporaneo.
Nasce così una tensione etico-politica, una contro-memoria che introduce fratture nella linearità del racconto. Il segno, che si manifesti come proiezione luminosa nel paesaggio o come solco manuale inciso nel pane, riattiva il suo potere perturbante e mette in questione la presunta stabilità dell’ordine storico. Il passato, infatti, non è revocabile né negoziabile, e si manifesta come un archivio di gesti che chiedono di essere interpellati, reclamando una relazione affettiva e critica con la fugacità del tempo.
Nella quiete dei corpi, nella transumanza di significati che imponiamo alle cose, si apre una lingua che precede il codice. Là dove il comando digitale promette il ritorno, l’arte afferma l’irrimediabile, restituendo dignità al fallimento, alla fragilità del dubbio, all’errore necessario per ogni avanzamento. Intercetta tensioni, dislivelli, forze differenziali, facendo affiorare un sentire anteriore alla forma. E quando il segno permane, ciò che sopravvive non è il passato in sé, ma la sua potenza di riemersione: l’attimo in cui la memoria si fa atto sovversivo del presente.
Giuliana Schiavone